Ultima modifica: 28 Ottobre 2019

Conferenza al Forteguerri: Ovidio e la Musa invitta dell’esilio

Lunedì 14 Ottobre nell’Aula Magna del Forteguerri le classi 5 A, 5B, 5C del liceo classico hanno partecipato ad una avvincente conferenza sulla Musa “invitta” del poeta latino Ovidio, organizzata dalla professoressa Maria Virginia Porta.

Il relatore, dott. Mirco Innocenti, giovanissimo,  eccellente ex studente del nostro Liceo,   laureato in Lettere classiche presso l’Università di Firenze, ha approfondito gli scritti di questo autore colto e raffinato, costretto a vivere per ben nove anni, fino alla morte, in una triste relegatio (di fatto, in esilio) nella fredda e inospitale Tomi, l’attuale Costanza, sul Mar Nero. Abituato a frequentare l’alta società romana al tempo di Augusto, intellettuale di spicco del circolo letterario di Messalla Corvino, autore prolifico di capolavori come gli Amores, l’Ars amatoria, le Metamorfosi (solo per citarne alcuni) dovette  lasciare tutto per trasferirsi nella  remota e  Dacia, per volontà dell’imperatore, a causa – dice il poeta stesso- di un “carmen et error”,  ossia per aver scritto qualcosa di scomodo (carmen) – l’Ars amatoria, testo alquanto libertino,  incompatibile con la spinta moralizzatrice del Principato augusteo – e per essere incorso in un error, cioè in un evento nefasto, illecito, in cui il poeta si è imbattuto senza volerlo. In che cosa consistesse questo error non si sa con precisione. Sono state fatte delle ipotesi, ma nessuna certezza. Si sa solo che fu relegato nella lontana Dacia per esclusiva decisione  del Principe, senza nemmeno un’azione giudiziaria o un regolare processo.

 “L’aspetto interessante” afferma il dott. Innocenti, con voce viva e appassionata, “è che si è sempre pensato che Ovidio, relegato sul Mar Nero, non fosse più in grado di comporre poemi degni della produzione precedente, e che la sua ispirazione poetica si fosse assai affievolita. In realtà, recenti e approfonditi studi  sui  Tristia e sulle  Epistulae Ex Ponto, opere dell’esilio, che esternano tutto il  dolore e la  nostalgia del poeta,  rivelano che la Musa ovidiana è ancora “invicta”,  prolifica, e soprattutto raffinata,  elegante, dotta. Nella insistente richiesta del poeta di poter tornare in patria, nella sua esistenza così distante dalla fervida Roma, lui riesce a trovare l’unica ragione di vita proprio nella poesia”. Seppur autobiografiche, queste opere manifestano ancora un lavoro sul mito e sulla tradizione, assistiamo a una vera e propria rivisitazione del patrimonio mitografico. E non stupisce questo, giacché abbiamo a che fare non con un mitografo, ma con un poeta che si permette la licentia di reinterpretare in modo creativo l’universo mitico ben conosciuto dal pubblico, di farlo suo e riadattarlo alle sue personali esigenze. Da questo punto di vista è interessante vedere che chiama in causa persino Ulisse,  da sempre visto come un eroe paziente, travolto da una serie di disgrazie volute dal destino e dagli dei, sofferente per la sua lontananza dalla patria e dai cari. Ovidio offre  una inedita chiave di lettura del personaggio: fa un confronto con la propria condizione di esule, ma  in negativo, presentandoci un Odisseo che, a differenza del poeta,   si è ritagliato anche momenti di svago: per esempio giace  con la Ninfa Calipso, quando sappiamo per tradizione che, sull’isola di Ogigia,  l’eroe dal multiforme ingegno passava le giornate sulla riva del mare a piangere di nostalgia; oppure ci viene mostrato come profondamente spinto dal desiderio di gustare il loto che provoca oblio, omettendo di dire che l’Itacese fu l’unico a non mangiarlo. Per Ovidio, invece, la lontananza è solo dolore.  Insomma il nostro poeta riadatta  il mito per esaltare la sua infelicissima condizione di relegato, lontano dal conforto della moglie,   deluso dagli amici più cari, che restano sordi alla sua richiesta di aiuto, ignorato dal Principe che non permetterà mai il suo ritorno a Roma, né lo farà il successore Tiberio. E allora che cosa gli rimane? Solo la Musa, “che non è affatto victa – continua Innocenti – anzi Ovidio dimostra ancora  di essere  poietés, creatore, squisitamente  erudito e colto, in grado di contaminare generi diversi”.

Le quinte del classico hanno apprezzato  la felice opportunità di vedere l’autore in un taglio decisamente diverso da come si fa a scuola, dove comunque non è sempre possibile  approfondire  le  sfaccettature poliedriche di un personaggio. Ben vengano, quindi,  iniziative del genere!